Poesie brutte...
Poesie brutte...

«- Quando ero in collegio, ogni notte appariva lo spettro di un ragazzo che si era impiccato per un brutto voto. Ne avevano tutti paura. Una volta è apparso al preside e ha detto: domani la interrogo, signor professore. E quello è morto nella notte.

- Bum. Questa l’hai inventata tu.

- Potrebbe essere. Io invento storie orribili.

- Io invece compongo poesie brutte e inizi di libri.

- Inizi?

- Solo la prima frase.

- Fammi un esempio».

(Cap. 7, L’angelo caduto).

 

Altra mania letteraria di Margherita: le poesie brutte. La bambina ne aveva dato un esempio nel secondo capitolo:

 

Mi chiamo Margherita

Peso meno in mutande che vestita

 

Queste poesie sono sempre accompagnate da un piccolo disegno.

Durante l’incontro del Gruppo di lettura dedicato a La Compagnia dei Celestini, abbiamo avuto un’animata discussione su quanto oggi le recensioni di libri che compaiono sui giornali siano asservite a logiche di favore e amicizia e evitino quindi i libri di cui si dovrebbe parlare male (o ancora peggio ne parlano comunque bene). Sarebbe compito della critica letteraria anche individuare, e segnalare, i testi “brutti”. O i passaggi più infelici di opere normalmente considerate capolavori.

È ciò che fece nel 1879 Giuseppe Ricciardi che si assunse il rischio di elencare, canto per canto, i versi danteschi a suo parere classificabili come “brutti”. Ne uscirono tre volumetti - uno per ogni cantica, oggi integralmente consultabili online - di innegabile coraggio e che suscitarono forti critiche, tanto che qualcuno gli suggerì di ritirare tutte le copie di quello dedicato all’Inferno. Ricciardi riporta questo episodio nell’introduzione del volume sul Purgatorio, l’unico posseduto dall’Archiginnasio e di cui vediamo qui la copertina.

Ricciardi muove critiche di vario genere a Dante. Ne vediamo un solo esempio, relativo al primo canto del Purgatorio e alla descrizione di Catone:

 

«Fiume e piume non istan lì che per far rima col lume del secondo verso della precedente terzina, chè il fiume qui non c’entra per nulla, senza parlar dell’epiteto di cieco, ch’è per lo meno assai strano, oltre di che quell’oneste piume esprimono malamente l’imagine delle gote coperta di barba, poste in moto dal favellar di Catone» (p. 13-14).

 

Non osiamo immaginare cosa avrebbe potuto dire Ricciardi delle poesie di Margherita, ma lei forse, nella sua ricerca della bruttezza, ne sarebbe stata contenta.

 

Giuseppe Ricciardi, Le bruttezze di Dante. Osservazioni critiche di G. Ricciardi intorno alla seconda Cantica della Divina Commedia, Napoli, Marghieri, 1879.

Collocazione: LANDONI Opusc. 1182