Le prefazioni, le introduzioni e le note di lettura – lo abbiamo visto in queste schede – sono spesso l’occasione, per Stefano Benni, di parlare di ciò che gli sta più a cuore, prendendo un tema del testo che commenta per variarlo, con l’immaginifica creatività che lo contraddistingue, magari attualizzandolo o esagerandolo al parossismo.
Ma se guardiamo l’introduzione al breve testo di P.K. Dick, Se questo mondo vi sembra spietato, dovreste vederne qualcuno degli altri – pubblicato prima sulla rivista «Linea d'Ombra» e poi in un piccolo estratto con titolo leggermente diverso – troviamo un Benni sinceramente impegnato nel difendere la vera caratura di un autore, a prima vista, molto lontano dalle sue corde. In effetti, le fantasie lisergiche, cupe, paranoiche di Dick sembrano sposarsi male con La compagnia dei Celestini, o Margherita Dolcevita.
Ma se abbiamo la pazienza, e la curiosità, di arrivare fino alla fine della breve introduzione (che si trova a p. 40 del numero 67 di «Linea d'Ombra») troviamo qualche riga che ci fa intravedere le ragioni di un accordo profondo, nascosto – e che, ancora una volta, sembra parlarci più di Benni che di chiunque altro:
«È bene dunque che si legga di più Dick ma è bene rispettare la sua unicità. Che non è quella di un giocoliere tossico dei linguaggi della fantascienza, non il dubbio di scegliere tra un vero e un falso Schwarzenegger, non l’apocalisse con le luci giuste. È una scena oscura, il percorso angosciato, segnato da molte cadute, di uno scrittore che entrò nel futuro americano dal buco temporale degli anni ’60, e ne descrisse tutta la violenza, dando alcune ingenue e geniali istruzioni di fuga. Non inventò figurine per un’estetica del simulacro, ma un modo unico di usare la fantasia su uno scenario nuovo [...]».
Stefano Benni, introduzione a Philip K. Dick, Se questo mondo vi sembra spietato, dovreste vederne qualcuno degli altri, «Linea d'Ombra», X, gennaio 1992, n. 67, p. 40.